Tullio De Piscopo, 80 e non sentirli: "Io, tra Chet Baker e Battiato. Sarà una serata incredibile"

Milano – Ottant’anni compiuti il 24 febbraio scorso, 80 anni è non sentirli, affatto. È inesauribile, per vitalità, anche al telefono Tullio De Piscopo, batterista-cantautore-percussionista napoletano, arcinoto e amato. Una forza della natura e del talento che ha suonato di tutto, con tutti, "da Chet Baker a Franco Battiato", esordisce. Poi un racconto inedito: "Nel 1978, alla Fiera di Francoforte, ero a presentare una batteria che avevano fatto per me. Di fronte c’era lo stand dove si esibiva Billy Cobham (considerato tra i più grandi batteristi del mondo, ndr). Mi accorsi che lui, seminascosto, mi stava ascoltando, mi fermai. Billy mi incoraggiò a continuare, dicendo "mi piace il tuo approccio. Thank you man for your music! (“grazie per la tua musica!”)". La star italica Tullio fa un viaggio nella memoria e lancia il suo tour. Domani (ore 21) si esibirà al Teatro Dal Verme. Lo spettacolo, come dice, "sarà un racconto della mia vita, in musica". Nello stesso giorno l’uscita del (suo) nuovo singolo “Miranda”, un pezzo tra groove, identità, tradizione e visione mediterranea, titolo che esalta il concetto di bellezza.
Tullio De Piscopo, partiamo dal principio…
"Sono nato subito dopo la guerra. Appena ho aperto gli occhi ho visto piatti, tamburi e percussioni sparsi per la casa. Mio padre era un grande percussionista e mio fratello Romeo è stato fondamentale, per me. Ho deciso di fare della batteria il mio codice, anche contro tutti, quasi per “disturbare”, con i miei rumori. La mia è una città di ritmo incredibile; riconosco un clacson suonato da un napoletano perfino a New York".
Qual è stata la sua palestra?
Poi la partenza per il Nord Italia... "Sono arrivato a Milano negli anni Settanta. Volevo dimostrare di non essere la “pecora nera” della famiglia. Studiavo tantissimo la partitura; all’epoca tra i batteristi eravamo in pochissimi a saper leggere la musica e questo fu il mio punto di forza. Qui ho trovato di tutto: la musica progressive di “Orfeo 9”, con Tito Schipa Jr. e Renato Zero, i New Trolls, e poi l’incontro con il jazz del chitarrista Franco Cerri e il pianista Enrico Intra. Facevo il session-man per mantenere la famiglia, volevo essere il batterista di tutta la musica italiana".
Come vede il cambiamento della musica e del pubblico?
"Gli anni ‘70 sono stati magici, anche se poi arrivarono gli “indiani metropolitani” che interrompevano i concerti per motivi politici, pretendendo la musica gratis. Adesso il pubblico è più rispettoso, ma musicalmente ci troviamo in un’era troppo veloce. La tecnologia corre e i ragazzi, pur bravissimi, non hanno più i luoghi dove farsi le ossa, come le balere o i night. In Italia servirebbero leggi per tutelare i giovani talenti".
Cosa dobbiamo aspettarci durante il suo “live” meneghino?
"Sarà una serata spettacolare a Milano e non solo, una serata di “80 Tullio - The Last Tour...”; ho aggiunto il sottotitolo “Nun’o saccio!” (“non lo so”), perché la responsabilità di dire che è “l’ultimo” è troppa. Tra i brani quelli dedicati al mio “fratello in blues” Pino Daniele e il groove originale di “Libertango”, che ho avuto l’onore di inventare in parte con Astor Piazzolla. Ricorderemo maestri come Chet Baker, Battiato e De André".
Chi ci sarà con lei a esibirsi?
"Nella band ci sono Daniele Labelli, pianoforte e tastiere, poi Stefano Gajon sassofono, tastiere e chitarra. E ancora Gianluca Silvestri alle chitarre, Alessandro Simeoni al basso e Rosario Di Giorgio alle percussioni".
Sul palcoscenico della sua Milano: come vede la città attualmente?
"La trovo cambiata. Era più romantica, ricordo i barconi in Darsena, Brera, le cene dove contavamo i soldi per vedere se riuscivamo a mangiare la paella. Mi piaceva quando si poteva girare con l’auto in corso Vittorio Emanuele. A parte questo, è una città dove se sei “vero” e hai qualcosa da dire ti fa parlare, se no ti manda a casa".
Tornando all’arte delle note, si dice che “aiuti” e tanto...
"Sì, è vero, mi ha aiutato durante la malattia, mi ha salvato, In quel “temporale nero” mi ha dato forza anche l’amore dei miei nipotini e l’affetto degli amici; ero ricoverato all’Humanitas. Fin da ragazzo, quando ero in crisi, mi buttavo sullo strumento e suonavo per ore. La musica mi ha sempre dato una energia incredibile".
Il Giorno




